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Il Centro Regionale Chirotteri non é attualmente operativo per mancanza di finanziamenti.
Per informazioni o necessitá si prega di fare riferimento all'indirizzo e-mail biodiversita@regione.piemonte.it


Pipistrelli negli ambienti forestali

I RUOLI DEGLI AMBIENTI FORESTALI PER I PIPISTRELLI (top)

Gli ambienti forestali svolgono tre tipi di funzioni per i nostri pipistrelli: offrono opportunità di rifugio, "producono" prede e sono elementi di riferimento, nel paesaggio, che gli esemplari seguono nei loro spostamenti.


La funzione di rifugio è connessa alla presenza di alberi adatti ad accogliere pipistrelli in riposo diurno, durante il periodo del letargo invernale e nelle diverse fasi del ciclo riproduttivo: l'accoppiamento, il parto e l'allevamento della prole.
Gli alberi idonei sono quelli con cavità o altri interstizi: nidi di picchio abbandonati, gallerie scavate nel legno dalle larve degli insetti xilofagi di taglia maggiore, lembi di corteccia sollevati, fessure aperte nei rami o nei fusti da eventi traumatici e successivamente modellate dall’azione opposta degli agenti decompositori (funghi) e dei tessuti cicatriziali della pianta.
Parte di questi rifugi sono associati a esemplari arborei vivi, parte a piante in deperimento o addirittura morte, com'è prevalentemente il caso delle cortecce sollevate.
Le specie di chirotteri che frequentano i rifugi arborei sono numerose. Per alcune gli alberi rappresentano rifugi obbligati, il cui ruolo, lungo l'intero corso dell'anno, non può essere svolto o solo molto raramente viene svolto da altre tipologie di rifugi (grotte, edifici). Fra di esse vi sono le specie del genere Nyctalus: nottola di Leisler, nottola comune e nottola gigante. Per altre specie, come il vespertilio di Bechstein e il barbastello, che utilizzano significativamente le cavità sotterranee per l’ibernazione, i rifugi arborei rappresentano la scelta di gran lunga preferenziale lungo il resto dell’anno.
La tutela degli alberi-rifugio ha per tali chirotteri importanza vitale ed è necessario che il loro numero nell'ambiente sia sufficiente. Per varie ragioni (funzione antipredatoria, esigenze microclimatiche, competizione con altri animali che usano le cavità arboree, adattamento al fatto che determinati rifugi arborei rimangono disponibili nell’ambiente per periodi brevi, ecc.), i pipistrelli arboricoli cambiano frequentemente il loro rifugio. In estate possono farlo anche giornalmente, ma periodicamente tornano a utilizzare ciascun albero-rifugio. Tale fenomeno è denominato roost switching.
Myotis gruppo nattereri Fra i nostri ecosistemi terrestri, gli ambienti forestali rappresentano quelli che producono la maggior quantità e diversità di invertebrati e, conseguentemente, rivestono per i chirotteri un’importantissima funzione alimentare.
Alcune specie cacciano direttamente in bosco: il vespertilio di Bechstein, il vespertilio di Natterer e l'orecchione comune raccolgono spesso le prede, come ragni e farfalle, mentre sono posate sulla vegetazione; il barbastello e il rinolofo minore catturano piccole falene e ditteri volando negli spazi aerei liberi fra gli strati vegetazionali; il vespertilio maggiore esplora le aree con sottobosco scarso, cercando carabi presso il suolo. Altri chirotteri sfruttano le prede prodotte dalla foresta cacciando negli spazi aerei sopra la volta arborea, come fa la nottola di Leisler, o, come il rinolofo maggiore, lungo i margini forestali e le radure.

Pipistrello di Nathusius (Pipistrellus nathusii) Gli ambienti forestali rivestono funzione ai fini degli spostamenti dei chirotteri. I pipistrelli non amano attraversare gli spazi aperti e preferiscono volare costeggiando i margini forestali o gli elementi del paesaggio strutturalmente simili, come siepi alte e filari arborei. Ciò avviene sia nell'ambito degli spostamenti giornalieri, ad esempio fra i siti di rifugio e le aree dove avviene l’alimentazione, sia in quelli stagionali, fra territori di svernamento ed estivi. Va sottolineato, in particolare, il significato dei boschi che costeggiano i fiumi, ultimi relitti delle foreste planiziali europee, per le specie che effettuano migrazioni a lungo raggio, come la nottola comune, la nottola di Leisler e il pipistrello di Nathusius.

LE ALTERAZIONI DEGLI AMBIENTI FORESTALI CHE PREGIUDICANO I PIPISTRELLI (top)

Perdita della funzione di rifugio

Fra le azioni antropiche che interessano gli ambienti forestali, determinando la perdita delle funzioni che essi svolgono nei confronti dei pipistrelli, vi è la rimozione degli alberi idonei al rifugio nell’ambito di interventi selvicolturali certamente non attenti al rispetto dei valori naturali e della funzionalità ecologica. Spesso si tratta di piante morte: la loro rimozione è stata per lungo tempo considerata positivamente e ancora oggi si stenta a tutelarle a causa della radicata convinzione che siano elementi superflui o addirittura dannosi (serbatoio di patogeni) per l’ecosistema: al contrario, l’albero morto è un substrato su cui trovano rifugio e alimento moltissimi organismi viventi (licheni, funghi, insetti, chirotteri, uccelli nidificanti, ecc.), che contribuiscono a formare comunità biologiche ricche e diversificate e, conseguentemente, a preservare gli equilibri dell’ecosistema.
Occorre per altro riconoscere che anche le pratiche selvicolturali più rispettose limitano la disponibilità dei rifugi utilizzabili dai chirotteri. E’ accertato che la presenza di cavità arboree aumenta con l’invecchiare degli alberi; si vedano, ad esempio: Dufour, 2003 (Étude de l’influence du bois mort sur l’avifaune cavernicole en forêt feuillue. Mémoire de fin d’études, FUSAGx), relativo a querceti e faggete della Vallonia, e Ranius et al., 2009 (Forest Ecology and Management, 257: 303-310), riferito specificamente alla farnia. Anche nelle situazioni “migliori” il taglio interviene molto prima dell’età potenzialmente raggiungibile dall’albero: così la maturità di taglio stabilita per la farnia nella normativa della Regione Lombardia, fra le più restrittive in Italia, è 90 anni, ma una farnia potrebbe vivere 900-1000 anni!

Perdita della funzione alimentare

La quantità e la qualità degli invertebrati prodotti da un ambiente forestale dipende da vari fattori, fra i quali ha importanza fondamentale la composizione floristica, in particolare quella delle specie arboree, che costituiscono il substrato su cui si sviluppano gran parte di essi. Quando le specie arboree proprie della flora del luogo vengono sostituite con altre, estranee a tale flora, si registra un forte impoverimento dell’entomofauna. A chi volesse approfondire questo aspetto segnaliamo il lavoro di Kennedy e Southwood (1984; J. Animal Ecology, 53: 455-478), relativo alle specie di insetti fitofagi e acari associate ad alberi e arbusti in Gran Bretagna (le specie autoctone dei generi Salix e Quercus ospitano rispettivamente 450 e 423 specie associate; l’alloctona Robinia pseudoacacia ne ospita 2) e il contributo di Ammer e Schubert (1991; European Journal of Forest Research, 110 (1): 149-157), sui coleotteri xilobionti della Germania (al primo posto le specie autoctone del genere Quercus con circa 900 specie associate; le specie alloctone dei generi Robinia e Platanus sono definite “sterili”).
Attraverso l’introduzione di specie alloctone, l’uomo ha alterato vaste aree forestali, talora volontariamente, richiamandosi a finalità di produzione che avrebbero dovuto più saggiamente essere perseguite utilizzando specie locali, talora involontariamente, a causa della diffusione spontanea di specie esotiche coltivate.
Tale situazione rischia oggi di essere aggravata dagli effetti del riscaldamento globale, indiziato di minacciare la conservazione di molte specie della nostra flora, fra le quali la farnia, specie arborea dominante dei nostri ambienti forestali di pianura. Negli ultimi anni sono state registrate preoccupanti morie degli esemplari appartenenti a tali querce, sempre più rare all’interno di ambienti sempre più caratterizzati dalla presenza di specie estranee che tendono a prendere il sopravvento.

Oltre che dalle specie presenti, la ricchezza dell’entomofauna di un ambiente forestale dipende dalle caratteristiche strutturali del medesimo. Nelle foreste naturali lo sviluppo verticale e orizzontale degli strati vegetazionali è assai complesso e al suolo è presente abbondante materiale legnoso in decomposizione. Ciò garantisce agli invertebrati microhabitat diversificati in cui svolgere le varie fasi dei propri cicli biologici. Particolarmente importante l’ultimo elemento citato, la necromassa legnosa, la cui abbondanza condiziona in proporzione determinante la complessiva biodiversità forestale (sull’argomento si veda, ad esempio, la sintesi di Lonsdale et al., 2008; Eur. J. Forest Res., 127: 1-22).
Le cause di alterazione della struttura degli ambienti forestali sono molteplici, comprendendo il taglio, l’incendio e il pascolamento di bestiame domestico in bosco. Da stigmatizzare, in particolare, quanto ecologicamente negative siano le cosiddette pratiche di “pulizia” del sottobosco ossia la rimozione degli strati vegetazionali bassi e l’asportazione della necromassa legnosa (rimozione ramaglie ecc.): entrambe determinano impoverimento biologico nel breve e medio termine e la seconda azione è altresì causa di alterazioni gravi, connesse all’impoverimento del suolo, percepibili in tempi più lunghi.

Perdita di tutte le funzioni dell’ambiente forestale Vespertilio di Bechstein (Myotis bechsteinii)

Se l’ambiente forestale viene cancellato, vengono meno tutte le funzioni che lo stesso presenta nei confronti dei pipistrelli: per il rifugio, l’alimentazione e ai fini degli spostamenti.
La sensibilità delle diverse specie di chirotteri alla deforestazione è variabile, essendo maggiore nelle specie che più sono legate, per una o più funzioni biologiche, alle foreste. La specie più emblematica in tal senso è il vespertilio di Bechstein, che dipende dall’ambiente forestale sia per l’alimentazione che per il rifugio e ha il suo habitat ottimale nelle foreste a elevato grado di naturalità. Dai resti ossei rinvenuti nei sedimenti delle grotte, in varie parti d’Europa, sappiamo che fino a circa 7000 anni fa tale specie era comune (in molti casi risulta la specie in assoluto più frequente), mentre oggi è divenuta estremamente rara.

MISURE DI GESTIONE FORESTALE ATTENTE ALLA CONSERVAZIONE DEI PIPISTRELLI (top)

La conservazione dei chirotteri non può prescindere dalla conservazione di ambienti forestali con caratteristiche di naturalità.
Nella pianificazione della gestione forestale, occorre operare al fine di salvaguardare e incrementare la superficie riferibile a formazioni di età il più possibile elevata, soprattutto a bassa altitudine: le foreste delle pianure e delle parti inferiori dei rilievi sono quelle che hanno subito maggiormente l’impatto antropico ed il fatto che la maggior parte dei chirotteri prediliga le basse altitudini aggrava le conseguenze del fenomeno. Obiettivo gestionale fondamentale deve essere la ricostituzione di comunità biologiche ricche e diversificate e, a tale fine, è importante che le specie legnose presenti siano proprie della flora del luogo, che la struttura vegetazionale sia complessa, elevata la quantità di necromassa al suolo e la disponibilità di rifugi arborei (cavitazioni quali nidi di picchio e gallerie di grossi insetti xilofagi, fessure causate da agenti atmosferici o altri eventi traumatici, lembi di corteccia sollevata).
Tutto ciò è coerente con l’obiettivo di garantire “sostenibilità” alla gestione forestale, fatto proprio anche dall’Italia, che si è impegnata a rispettare i principi e a implementare le Risoluzioni concordati a livello pan-europeo nell’ambito delle Conferenze Ministeriali sulla protezione delle foreste in Europa (la gestione forestale deve essere finalizzata “a conservare biodiversità, produttività, capacita’ di rigenerazione e vitalitá delle foreste, in modo da garantire, ora e in futuro, le loro funzioni ecologiche, economiche e sociali, a livello locale, nazionale e globale, e attuata in modo da non arrecare danno agli altri ecosistemi”, Risoluzione H1, Helsinki, 1993). 

Accanto all’azione di conservazione di intere aree forestali (considerate in tutte le loro componenti), ha altresì rilevanza la tutela di elementi specifici e particolarmente importanti dell’ecosistema forestale, da attuarsi estesamente, in tutte le formazioni, comprese quelle più intensamente utilizzate dall’uomo. Al fine del mantenimento e dell’incremento di elementi microambientali favorevoli ai pipistrelli, nell’occasione della stesura di un nuovo Regolamento forestale, il CRC ha proposto alla Regione Piemonte l’introduzione di disposizioni affinchè in tutti i tipi di ambienti forestali venga individuato e rilasciato all’invecchiamento, alla morte e al decadimento naturale, un numero sufficiente di esemplari arborei, scelti con l’obiettivo di conservazione della chirotterofauna e, più in generale, della biodiversità. L’articolato è altresì finalizzato ad adempiere alla disposizione sancita all’art. 6, punto 3, del D. Legisl. 227/2001: “Le regioni, in accordo con i principi di salvaguardia della biodiversità, con particolare riferimento alla conservazione delle specie dipendenti dalle necromasse legnose, favoriscono il rilascio in bosco di alberi da destinare all'invecchiamento a tempo indefinito.”.
Si riepilogano sinteticamente le motivazioni ecologiche alla base della proposta formulata.
- La selezione degli alberi da rilasciare si basa sulle seguenti caratteristiche: dimensioni cospicue (si tratta di alberi che offrono con maggior probabilità cavità e altri potenziali rifugi); presenza di cavità e altri potenziali rifugi (gli alberi che li presentano sono potenzialmente rilevanti per più specie; fra i diversi tipi di potenziali rifugi viene data priorità di selezione ai nidi dei picchi, in quanto più durevoli e rilevanti per un maggior numero di specie faunistiche); appartenenza alla flora del luogo, con priorità per le specie che possono accogliere una maggior biodiversità (per tale motivo al castagno è data una bassa priorità di scelta: è un’entità caratterizzata da scarsa entomofauna associata ed è stata talmente favorita dall’uomo, che la sua appartenenza alla flora “propria del luogo” risulta spesso dubbia o comunque impossibile da accertare); tempi di accrescimento lunghi (le specie longeve sono in proporzione quelle più danneggiate dai turni di gestione). Possono essere selezionati anche alberi morti: anche se alla fine tutti gli esemplari rilasciati moriranno, occorre infatti tener conto dell’attuale carenza di necromassa nei boschi gestiti e adoperarsi per incrementarne la quantità.
- Nell’individuazione del numero minimo di alberi da rilasciare (ovviamente più se ne rilascia e meglio è!) si è cercato di tener conto sia della sensibilità alla frammentazione forestale degli organismi stenoeci forestali caratterizzati da minor capacità di dispersione (in certi gruppi di funghi micorrizici, polipori, briofite e insetti saproxilici è compresa fra 30 e 100 m), sia delle esigenze di disponibilità di rifugi dei chirotteri (sulla base delle esaurienti indagini condotte sulla chirotterofauna forestale in Germania è stato valutato che un ambiente forestale debba fornire permanentemente 25-30 rifugi arborei per ettaro, condizione che si realizza con la presenza media di 7-10 alberi idonei per ettaro: Meschede e Heller, 2002; Schriftenreihe für Landschaftspflege und Naturschutz, 66, Bundesamt für Naturschutz, Bonn-Bad Godesberg, 374 pp.; disponibile anche in francese su: Le Rhinolophe, 16, 2003, 248 pp.).
Il rilascio di alberi a tempo indefinito è stato finora considerato un adempimento marginale e/o discrezionale da parte delle Amministrazioni: molte Regioni non hanno ancora recepito la disposizione e, quelle che l’hanno fatto, hanno adottato provvedimenti scarsamente efficaci sotto il profilo ecologico, prevedendo il rilascio di alberi in numero insufficiente e non selezionati in funzione del valore ecologico. Al di là dei confini regionali, si auspica dunque che la proposta formulata (aperta a ogni critica costruttiva) possa contribuire all’ adeguamento dei Regolamenti già esistenti e al varo di nuove normative più attente alle problematiche ecologiche accennate.
Per una trattazione piú tecnica dei medesimi aspetti si rimanda al contributo presentato dal CRC al Secondo Convegno Italiano sui Chirotteri (Serra S. Quirico, AN, 21-23/11/08), scaricabile cliccando Rilascio alberi a tempo indefinito.

Nottole di Leisler (Nyctalus leisleri) in bat box La collocazione sugli alberi di rifugi artificiali (bat box), talora suggerita come rimedio alla carenza di rifugi arborei naturali, non dev’essere mai considerata un’alternativa alla conservazione dei rifugi naturali e alle azioni volte a incrementare la disponibilità dei medesimi. Un albero idoneo ad accogliere chirotteri svolge una serie di altre preziose funzioni ecologiche, che una bat box non può garantire.
Il ricorso alle bat box forestali ha pertanto una coerenza solo se rappresenta una misura integrativa nell’ambito di interventi di gestione forestale che tengano conto del medio e lungo termine, mirando a ripristinare la disponibilità naturale di rifugi, oppure se la finalità è quella di studio e monitoraggio dei chirotteri. A quest’ultimo scopo, le bat box possono rappresentare un valido ausilio.

Misure gestionali mirate dovrebbero altresì essere predisposte per la conservazione e il ripristino di quelle formazioni di vegetazione paraforestale (siepi pluristratificate, bordure vegetazionali arboreo-arbustive presso zone umide) che costituiscono elementi di connettività ambientale, facilitando gli spostamenti dei chirotteri a raggio breve (spostamenti fra rifugi e aree di foraggiamento) e lungo (migrazioni). Al riguardo va rimarcato come i cosiddetti interventi di “pulizia” di alvei e sponde fluviali, motivati da esigenze di sicurezza nel caso di eventi meteorologici estremi, siano prevalentemente irrilevanti a tale scopo, ma certamente molto dannosi per gli effetti sugli ecosistemi terrestri ed acquatici.
Per riferimenti circa le tecniche di ricostituzione e gestione degli elementi citati si veda:

www.centroregionalechirotteri.org/agr.php


ALBERI DA DESTINARE ALL’INVECCHIAMENTO A TEMPO INDEFINITO
(bozza di articolo proposta per l’inserimento nel Regolamento forestale della Regione Piemonte)

1. Ai fini del mantenimento e dell’incremento della biodiversità, sia nelle fustaie sia nei cedui, sono obbligatori l’individuazione e il rilascio per l’invecchiamento indefinito di almeno 2 alberi ogni 2500 metri quadrati o loro frazione di bosco soggetto a utilizzazione. Gli alberi possono essere rilasciati a gruppi. L’obbligo del rilascio sussiste anche nel caso di taglio a raso delle fustaie o dei cedui.

2. Gli alberi rilasciati sono contrassegnati a cura dell’utilizzatore con un bollo di vernice gialla indelebile o mediante apposito contrassegno con numerazione progressiva fornito dall’ente forestale.

3. Gli alberi rilasciati per l’invecchiamento possono essere vivi o morti, e sono scelti secondo i criteri e le procedure sottoelencati, in ordine decrescente di priorità (la lettera “a” costituisce la scelta in assoluto prioritaria).

  1. Alberi che appartengono a specie autoctone e proprie della flora del luogo e che presentano cavità realizzate dai picchi per la nidificazione. Fra gli esemplari che soddisfano tali criteri scegliere quelli di maggior diametro. In caso di diametri simili, dare priorità nella scelta agli esemplari del genere Quercus o appartenenti ad altre specie ad accrescimento lento e, applicato tale criterio, agli esemplari nati da seme. I castagni (Castanea sativa) non rientrano in questa categoria di scelta.

  2. Alberi che appartengono a specie autoctone e proprie della flora del luogo, caratterizzati da diametro superiore a 25 cm e che presentano elementi quali: fessure profonde (con parete interna non direttamente visibile) causate da agenti atmosferici o altri eventi traumatici; lembi di corteccia sollevata; fori di uscita di grossi insetti xilofagi o cavità di altra origine naturale che abbiano dimensione inferiore pari ad almeno 15 mm. Fra gli esemplari che soddisfano tali criteri scegliere quelli di maggior diametro. In caso di diametri simili, dare priorità nella scelta agli esemplari del genere Quercus o appartenenti ad altre specie ad accrescimento lento e, applicato tale criterio, agli esemplari nati da seme. I castagni (Castanea sativa) non rientrano in questa categoria di scelta.

  3. Alberi che appartengono a specie autoctone e proprie della flora del luogo. Fra gli esemplari che soddisfano tali criteri scegliere quelli di maggior diametro. In caso di diametri simili, dare priorità nella scelta a quelli del genere Quercus o appartenenti ad altre specie ad accrescimento lento e, applicato tale criterio, agli esemplari nati da seme. I castagni (Castanea sativa) non rientrano in questa categoria di scelta.

  4. Castagni (Castanea sativa) che presentano cavità realizzate dai picchi per la nidificazione. Scegliere gli esemplari di maggior diametro e, in caso di diametri simili, dare priorità nella scelta a quelli nati da seme.

  5. Castagni (Castanea sativa) caratterizzati da diametro superiore a 25 cm e che presentano elementi (cavitazioni, fessure, cortecce sollevate) del tipo specificato alla lettera b. Fra gli esemplari che soddisfano tali criteri scegliere quelli di maggior diametro e, in caso di diametri simili, dare priorità nella scelta a quelli nati da seme.

  6. Castagni (Castanea sativa) di diametro maggiore. Fra esemplari con diametri simili dare priorità nella scelta a quelli nati da seme.

  7. Alberi di specie autoctone italiane, ma non appartenenti alla flora del luogo (ad es. conifere autoctone italiane in aree caratterizzate da vegetazione naturale potenziale a latifoglie) e che presentano cavità realizzate dai picchi per la nidificazione. Fra gli esemplari che soddisfano tali criteri scegliere quelli di maggior diametro e, in caso di diametro simile, dare priorità agli esemplari nati da seme.

  8. Alberi di specie autoctone italiane, ma non appartenenti alla flora del luogo (ad es. conifere autoctone italiane in aree caratterizzate da vegetazione naturale potenziale a latifoglie), caratterizzati da diametro superiore a 25 cm e che presentano elementi (cavitazioni, fessure, cortecce sollevate) del tipo specificato alla lettera b. Fra gli esemplari che soddisfano tali criteri scegliere quelli di maggior diametro e, in caso di diametro simile, dare priorità agli esemplari nati da seme.

  9. Alberi di specie autoctone italiane, ma non appartenenti alla flora del luogo (ad es. conifere autoctone italiane in aree caratterizzate da vegetazione naturale potenziale a latifoglie), caratterizzati dal maggior diametro fra quelli presenti e, in caso di diametro simile, con priorità per gli esemplari nati da seme.

4. Gli alberi rilasciati e i loro rami non possono essere tagliati o rimossi, neppure se caduti al suolo.

5. Una volta che un albero destinato all’invecchiamento indefinito sia caduto al suolo, un ulteriore albero della parcella dovrà essere rilasciato per l’invecchiamento indefinito, secondo i criteri espressi al punto 3.

6. Gli alberi rilasciati sono conteggiati nel novero delle matricine e delle riserve.

7. In caso di presenza predominante di alberi di specie alloctone o autoctone, ma estranee alla flora del luogo, fatti salvi gli impianti di arboricoltura da legno, dopo l’utilizzazione l’area dovrà essere lasciata alla naturale evoluzione del bosco oppure dovrà essere gestita con la finalità di ricostituire una formazione forestale naturaliforme, caratterizzata dalla flora tipica del luogo. Nelle utilizzazioni successive si procederà al rilascio di esemplari all’invecchiamento a tempo indefinito secondo le modalità enunciate ai punti precedenti.




Testi e iconografia, salvo ove diversamente specificato a cura di: E. Patriarca e P. Debernardi.
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